• Un giro d'affari imponente

    Secondo la definizione dell’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), l’organizzazione che riunisce i paesi più industrializzati, un paradiso fiscale è un paese o un territorio autonomo che non impone tasse (o solo quelle nominali), per alcuni non residenti diviene un luogo dove sfuggire alla tassazione nel paese di residenza e che possiede almeno uno dei seguenti criteri.


    • mancanza di scambio di informazioni con le autorità degli altri paesi;
    • mancanza di trasparenza;
    • capacità di attrarre attività commerciali “non sostanziali”, ossia società aventi l’unico scopo di nascondere e movimentare capitali occulti.

    Queste caratteristiche rendono i paradisi fiscali il luogo ideale per nascondere dei capitali alle autorità del proprio paese mantenendo l’anonimato. Le autorità finanziarie dei paradisi fiscali, infatti, non sono tenute ad accertare né la provenienza del denaro né l’effettiva identità di chi lo versa. E se anche vengono in possesso di tali informazioni, si guardano bene dal rivelarle alle autorità dei paesi stranieri che ne fanno richiesta.

    I motivi per cui un privato cittadino decide di creare una società di comodo in un paradiso fiscale possono essere molteplici: per evadere il fisco, in primo luogo, ma anche, per esempio, per sfuggire ai creditori o alle pretese del coniuge da cui si sta separando. Fanno largo uso dei paradisi fiscali le imprese multinazionali nello svolgimento di attività perfettamente legali, sempre con lo scopo di pagare la minor quantità possibile di imposte. Le organizzazioni criminali, infine, utilizzano i paradisi fiscali per “ripulire” i proventi delle loro attività illecite, per esempio il traffico di armi o di droga.

    Secondo uno studio effettuato dall’Ufficio Italiano Cambi relativo al periodo 1996-1998, ogni mese sono usciti dall’Italia verso i paradisi fiscali circa 10.000 miliardi di lire (oltre 5 miliardi di euro), mentre un rapporto ONU del 1998 stimava l’ammontare globale dei fondi depositati nei paradisi fiscali in 5000 miliardi di dollari (circa 5500 miliardi di euro), ossia circa la metà di tutti capitali mondiali investiti all’estero. L’enormità delle cifre in gioco aiuta a comprendere quanto sia difficile un’efficace repressione del fenomeno: se i paradisi fiscali venissero completamente aboliti non sarebbero solo le organizzazioni criminali a trovarsi in difficoltà. Numerose imprese multinazionali si troverebbero infatti a dover pagare più tasse, mentre le maggiori borse mondiali dovrebbero rinunciare a un consistente afflusso di capitali che, anche se di dubbia provenienza, alimenta una buona parte delle speculazioni finanziarie su cui le borse stesse costruiscono le loro fortune.

    Fonte: sapere.it
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